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giovedì 30 ottobre 2008

Un caffè con... Mario Pagliaro

Prosegue il ciclo di interviste “Un caffè con…”.

Mario Pagliaro è ricercatore chimico al CNR-Consiglio Nazionale delle Ricerche di Palermo e da anni lavora anche come formatore manageriale. Opera sia nella divulgazione scientifica sia nello sviluppo di nuove tecnologie chimiche. Svolge, inoltre, un’intensa attività pubblicistica scrivendo sul Quotidiano di Sicilia, dove tiene la rubrica di energia e ambiente Terza Ondata, e su altri giornali italiani tra cui Europa. Dopo alcuni anni trascorsi all’estero rientra in Italia nel 1998 e al CNR fonda il Quality College, una scuola di formazione manageriale con cui, fino al 2003, ricava le risorse per creare al CNR il suo laboratorio a Palermo.

Per te il concetto di qualità è molto importante: che cosa è? La qualità è molto importante per tutte le persone: si interseca con i prodotti che acquistiamo ed è il tipico attributo usato in Occidente quando si parla dei prodotti. Ma la qualità è soprattutto qualità della vita e qualità delle relazioni umane tra le persone. Ed è la qualità delle relazioni umane ad essere degradata in Occidente; e non solo qui ma anche nei paesi a recente e forte sviluppo economico. Un progetto per il miglioramento della qualità nel mondo del lavoro non può quindi prescindere da un progetto per il miglioramento della qualità della vita e delle relazioni umane. L’intero movimento della qualità può essere inteso come un movimento etico con radici in profonde convinzioni etiche condivise. Invece oggi accade il contrario: il movimento della qualità è stato ridotto a miglioramento della qualità produttiva verso la massimizzazione dei profitti economici.

Quale rapporto c’è fra creatività e scienza e quali sono i modi migliori per comunicare la scienza? La creatività è la base stessa della scienza. L’attività scientifica significa scoprire nuove cose, sia nuovi fenomeni sia spiegazioni nuove per fenomeni che conosciamo e che sono ancora misteriosi. Perciò, senza creatività non si può fare ricerca scientifica e non esiste scienza. Il modo migliore per comunicare - e anche per insegnare - la scienza al pubblico è contestualizzarla nel suo sviluppo storico e sociale. Lo sviluppo storico fa vedere come un problema è stato risolto nella sua evoluzione nel tempo e lo sviluppo sociale fa vedere come i paradigmi scientifici in realtà emergono dalle dinamiche sociali e ne sono essi stessi parte costituente: non si può separare questa interrelazione profonda. Se lo si fa, si produce una sorta di creatura anomala: l’alienazione culturale della scienza moderna in cui dei “santoni” - gli scienziati - vengono qualificati come esperti. E ci si rivolge a questi esperti per tutto: dal cambiamento climatico alla bioetica. In questa alienazione che si è compiuta a partire dalla metà dell’Ottocento, gli scienziati hanno primaria responsabilità: sono essi stessi vittime delle loro scelte errate.

Nel 2007 hai fondato a Palermo, assieme ad Ignazio Licata, l’ISEM - Institute for Scientific Methodology. Quali sono gli obiettivi? Gli obiettivi di questo costituendo Istituto mirano a far uscire la scienza da questa dimensione alienata per cui essa sarebbe altro dalla società e soprattutto dalla cultura. Noi ci auguriamo che sia un tentativo di buon livello per riportare la discussione sulla scienza, e sulle sue conseguenze sociali ed economiche, nel dibattito delle élites culturali. Perché nell’insieme delle élites culturali non includiamo soltanto gli scienziati e gli accademici ma anche tutte le persone, dai politici agli economisti agli operatori della comunicazione fino agli stessi studenti, che devono occuparsi delle conseguenze che i frutti della ricerca scientifica hanno per la vita di tutti noi. E’ un tentativo importante, che stiamo cercando di sviluppare e per il quale incontriamo fortissima resistenza specialmente nel mondo accademico.

Sempre alla fine del 2007, hai contribuito alla fondazione del Sicily’s Photovoltaics Research Pole: un polo di ricerca sulle celle solari fotovoltaiche. Quali sono i vantaggi del fotovoltaico e quale panorama si può delineare? L’energia solare fotovoltaica, ovvero l’elettricità ottenuta direttamente dal sole, si inserisce nell’evoluzione complessiva della civiltà umana. Evoluzione che all’inizio degli anni Duemila si dirige verso la generazione di energia da fonti rinnovabili e in particolare verso il sole. Perché il sole è l’unica fonte energetica primaria di cui abbiamo disponibilità a sufficienza, anzi ne abbiamo più di quella che in realtà ci occorre. Di fatto l’energia solare, sia nella dimensione fotovoltaica sia nella dimensione del solare a concentrazione, costituisce il futuro: l’energia è necessaria per la crescita economica e per pacificare il mondo. L’idea di fondare uno specifico polo di ricerca in Sicilia è dovuta al fatto che la Sicilia è la regione italiana con la più alta irradiazione solare. L’obiettivo è quello di diffondere sul territorio, in maniera stabile, le applicazioni e gli usi dell’energia solare. E la Sicilia sta attualmente recuperando il ritardo iniziale, con grande slancio sia nei confronti di altre regioni italiane sia nei confronti di altre aree del Mediterraneo come la Spagna o la Grecia.

Quest’anno hai pubblicato un libro dal titolo Lean Banking. La banca costruita (davvero) intorno a te (Aracne). Cosa significa applicare il pensiero snello al mondo bancario? Significa semplificare ed eliminare tutte le attività all’interno della banca che non hanno come obiettivo il successo e il benessere dei clienti: alla base c’è un orientamento etico secondo cui gli interessi del clienti sono gli interessi primari della banca. E’ paradossale ma non dovrebbe sorprendere che due tra le più grandi banche italiane, entrambe coinvolte nella crisi della finanza internazionale, abbiano intrapreso, apparentemente con grande slancio, programmi di miglioramento basati proprio sulla metodologia della “banca snella”. Essere coinvolti nella crisi finanziaria significa mettere a rischio l’esistenza stessa dei risparmi raccolti dai clienti e quindi mettere a rischio il rapporto di fiducia basato sul fatto che la banca si cura dell’interesse dei suoi clienti e costruisce la sua espansione sul successo e sullo sviluppo dei clienti, siano essi privati cittadini o imprese. Vediamo, dunque, come sia il pensiero snello sia il movimento della qualità totale (diffusosi nei primi anni Ottanta) possano fallire quando, invece di essere basati su una dimensione etica con al centro l’uomo, si riducano ad una metodologia manageriale con al centro esclusivamente il profitto e la manipolazione tecnica dei processi manageriali per accrescere questo profitto, in spregio a qualsiasi vincolo.

Da quattro anni organizzi il Seminario Marcello Carapezza, dedicato al geochimico ed intellettuale siciliano, e porti a Palermo persone con uno sguardo originale sul presente. Quale rapporto c’è tra territorio e cultura in Sicilia? E’ un rapporto da ricostruire. Negli anni Settanta operavano in Sicilia personalità come Marcello Carapezza, nell’ambito scientifico, e Leonardo Sciascia, nell’ambito letterario. Entrambi risiedevano in Sicilia ed erano animatori di una intensa vita culturale. Questa vita culturale in Sicilia si è pressoché azzerata e va ricostruita. Va ricostruita perché i giovani non hanno bisogno soltanto di educazione tecnica o di alta formazione universitaria: hanno bisogno di aprirsi la mente e di confrontarsi con le idee più avanzate ed innovative. Come si fa? Portando queste persone qui, facendole incontrare con i giovani e redistribuendo queste idee attraverso la Rete. Noi facciamo questo, convinti che il CNR e l’Università debbano recuperare un ruolo di guida culturale e non solo di guida tecnico-scientifica. Guida tecnico-scientifica che spesso, in realtà, è di corto respiro perché si esaurisce con la gestione e la fine di un progetto per poi passare ad un altro e ad un altro ancora. Devo dire che, a conferma della bontà di questa intuizione del Seminario Carapezza, abbiamo un forte ritorno in termini di interazione con il territorio, e specialmente con i giovani che sono comunque il nostro futuro. E’ un aspetto che ci dà grande soddisfazione.

Hai vissuto in Israele, Olanda, Francia, Germania. Dopo anni trascorsi all’estero, sei rientrato in Italia. Quali ragioni ti hanno portato a questa scelta? La ragione è esclusivamente una: l’amore personale per queste terre desolate. Desolate non dal punto di vista dei doni della natura e della storia culturale che sono forse unici al mondo, ma desolate dal punto di vista dello sviluppo economico e della centralità in questo mondo globalizzato. Le terre dell’Italia del Sud e in generale le terre del Sud del mondo hanno futuro soltanto se i giovani di talento decidono di restare o di tornarci. La mia è stata e continua ad essere una scelta che ha questa consapevolezza alla base. E’ una cosa che si fa per gli altri, perché altrimenti queste terre, da una desolazione soltanto economica, passeranno presto ad una desolazione sociale e culturale che ne causerà rapidamente lo spopolamento e l’abbandono. Questo non deve accadere, per cui decisi di tornare: non mi sono mai pentito, anche se continuo a ricevere importanti e cospicue offerte di lavoro da imprese ed organizzazioni.

Mario_pagliaro


CATEGORIE: Interviste , prima pagina
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Commenti

Gabriele,
I tuoi caffe' son sempre gustosi,
Tiziana... da Miami

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