Lost, la narrazione televisiva cult degli ultimi anni, è giunta alla sesta ed ultima serie. Se Obama, presidente Usa, è stato indotto a spostare il discorso sullo stato del suo Paese per non sovrapporsi con l'inizio dell'ultima serie, qualcosa di interessante deve esserci in questa serie tv (eufemismo). Molto si è detto e scritto su questa fiction e, non c'è dubbio, Lost racchiude in sé numerosi elementi di riflessione sulla televisione (e sulla post-televisione).
Nato nel 2004, con una sceneggiatura che fin dall'inizio è stata un elemento fondamentale, Lost rientra nella tradizione della scrittura di qualità della scuola autoriale americana. Molti anni fa, l'industria audiovisiva Usa ha avviato un accurato lavoro di formazione degli sceneggiatori e degli autori, che ha condotto, a partire dalla fine degli anni Novanta, ad una buona qualità media della fiction seriale, con vari casi diventati successi globali e fenomeni cult.
Il fandom generato da Lost è trasversale a livello sociale e geografico. Ma cosa può aver accomunato milioni di persone nel mondo? Una risposta potrebbe risiedere nel fatto che Lost è ciò che siamo stati o siamo o saremo. In italiano, "Lost" è traducibile: "Persi". E chi non si è mai perso o sentito perso nella vita? In questi anni, le reazioni ai mutamenti hanno interessato tutti, in vario modo. In questo caso, il simulacro televisivo ha messo in scena uno storico conflitto: quello tra "fede" (John Locke) e "ragione" (Jack Shephard). Non è un caso che alcuni dei personaggi abbiano cognomi di filosofi. In Lost, c'è molta filosofia: una disciplina di grande visione della vita. Le relazioni interpersonali sono il cuore della struttura narrativa e sono presenti sentimenti fondamentali dell'animo umano: amore, amicizia, invidia, odio, socializzazione, timidezza, sfrontatezza, rabbia, paura, comprensione, istinto di sopravvivenza. La varietà della vita. Delle vite.
Lost parte dal naufragio seguito ad una catastrofe aerea. Il naufragio: metafora esistenziale e grande tema della letteratura, da Omero a Shakespeare. La catastrofe avvicina al confine tra vita e morte: una dolorosa consapevolezza che ogni personaggio superstite vive a modo proprio. Tutti sono in fuga da qualcuno o da qualcosa e tutti portano una storia, che si va ad inserire in quelle degli altri. L'Isola su cui si ritrovano è un ambiente sconosciuto ed ostile. Per sopravvivere, i personaggi devono comunicare tra loro e difendersi da eventi improvvisi ed inquietanti. Regia e sceneggiatura esaltano inquadrature che non danno tregua allo spettatore. Le condizioni estreme e la ricerca di soccorsi e salvezza fanno emergere, a volte cambiare, i caratteri delle persone. Lo schema narrativo è impostato sul fascino/pericolo dell'addentrarsi in un luogo dal quale pochi possono tornare. Altro strumento abbondantemente utilizzato è il flashback: artificio narrativo molto sfruttato che in Lost ha ritrovato valenza espressiva. Il tempo sospeso di Lost rallenta le preoccupazioni quotidiane, e rimanda ad una dimensione interiore primordiale.
Tra i mondi attivabili dalla fiction, qui c'è un immaginario in bilico tra apparente casualità e destino ineluttabile, in cui ogni dettaglio è rilevante per cercare di spiegare il frammento di vita inquadrato. Per arrivare a capire i segreti dell'Isola, bisogna cadere e rialzarsi.
Come non pensare, inoltre, alla logica iperstestuale di Lost, con i collegamenti-link fra le persone che, pian piano, iniziano ad intrecciarsi come un blogroll in continua espansione. Non casualmente, il mondo del web ha molto apprezzato Lost, anticipando i tempi di messa in onda nel palinsesto televisivo.
Sono anni d'oro per la fiction americana, e bisognerebbe chiedersi quali siano i motivi di questo successo. Con il cinema impegnato in una complessa ridefinizione e transizione verso forme narrative post-cinematografiche, il bisogno di ascoltare e vedere storie che potrebbero riguardarci ha trovato appagamento in narrazioni televisive che mostrano come potrebbe essere la nostra vita in quest'epoca incerta. L'immaginazione ha bisogno di essere nutrita, e hanno successo le storie che riescono a far avvicinare alla pienezza dell'immaginazione. Neanche il marketing più efficace può mascherare a lungo una storia scadente.
Tele-Visione: guardare a distanza. E dovrebbe guardare lontano chi si occupa di televisione, soprattutto in Italia. Non si possono comprendere bene gli italiani se non si comprende bene il ruolo che la televisione ha avuto ed ha in questo Paese. La tv ha introdotto gli italiani nella modernità, con un passaggio veloce da una cultura agricola ad una cultura dei consumi. Le generazioni oggi mature/anziane - la fascia demografica maggiore in Italia - sono cresciute prima con la televisione pubblica e poi con quella privata. Ma, in larga parte, il pubblico della televisione generalista italiana non è di fascia alta: la Rai ha dovuto spostare la messa in onda di Lost nei mesi estivi, per ragioni di share insufficiente. E il pubblico di massa italiano è abituato a fiction che mettono in scena altre vicende: la famiglia, l'amore, l'amicizia, il melodramma, la solidarietà. La via italiana alla fiction è strutturalmente diversa da quella americana. Ma Lost è un capolavoro per chiunque sappia apprezzare una televisione ben fatta.
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john locke 10/ott/2010 13:05:25
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