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Studiare comunicazione, in Italia

Convegno 'Mediascapes - uno sguardo mediologico al futuro delle scienze della comunicazione', Milano 6 -7 maggio 2010

Giovedì 6 maggio e venerdì 7 maggio, si svolgerà a Milano il convegno "Mediascapes. Uno sguardo mediologico al futuro delle Scienze della Comunicazione".

La due giorni si svolgerà negli Atenei milanesi dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (6 maggio) e dell'Università IULM (7 maggio). Sono previsti numerosi panel, su temi quali: il buono e cattivo tempo dei doni in rete; cinema e post-serialità alla prova del XXI secolo; memoria, cultura e tecnologia; pubblici connessi e scenario digitale; formazione e beni culturali tra e-book ed augmented reality; pratiche sociali e metodologie di ricerca sui media partecipativi.

L'incontro vedrà la partecipazione di buona parte degli studiosi italiani di comunicazione, tra cui Alberto Abruzzese, Fausto Colombo, Francesco Casetti, Gianni Canova. Come spiegato dal prof. Abruzzese, si tratta di una esigenza, espressa da vari docenti sul territorio nazionale, relativa ad uno sguardo d'insieme sulle scienze della comunicazione in Italia.

Già, scienze della comunicazione. Che cosa è?

Provo a rispondere, da laureato in scienze della comunicazione che opera con un approccio giornalistico.

Senza prenderla troppo alla lontana, nel mondo occidentale le prime ricerche sulla comunicazione risalgono agli anni Trenta del Novecento negli Stati Uniti ed erano collegate alle previsioni sulle elezioni presidenziali. In estrema sintesi, attraverso le innovazioni prodotte dalla modernità a partire dal XIX secolo, sono nate quasi tutte le forme di comunicazione che oggi conosciamo come "i media".

In Europa, si è sviluppata una tradizione di studi sui media con vari anni d'anticipo rispetto all'Italia, dove l'istituzionalizzazione accademica dei corsi di laurea in scienze della comunicazione è avvenuta soltanto a partire dall'inizio degli anni Novanta.

La comunicazione è certamente una delle competenze umane più significative. E l'avvio degli studi accademici in quest'area è stato probabilmente uno dei pochi veri processi di modernizzazione dell'università italiana.

Tra la metà degli anni Novanta e la prima parte degli anni Duemila, in Italia c'è stato un boom di richieste di iscrizione al corso di laurea in scienze della comunicazione. Era il corso di studi "alla moda" in quel momento storico e, dopo essere stato a numero chiuso per i primi anni, venne strutturato sull'accesso libero. La conseguenza pratica fu la "produzione" di molti laureati: un numero decisamente elevato per il mondo della comunicazione italiano, che ancor oggi non assorbe con facilità le generazioni uscite dall'università dopo il 2003/2004. Il corpo docente era ed è ancora un mix fra accademici (alcuni veramente di ottimo livello) e professionisti esterni (i cosiddetti "professori a contratto") più o meno noti al pubblico di massa. A livello nazionale, è sempre stata presente una certa disomogeneità fra le varie sedi: l'impostazione oscilla tra orientamenti letterari, sociologici, informatici/tecnologici. Il che riflette la trasversalità congenita ad un ambito come la comunicazione, che mette in campo più di una disciplina.

Negli ultimi anni, si è formata una retorica, attorno a chi ha seguito studi di scienze della comunicazione, polarizzata su due opinioni: studiare comunicazione è inutile; i laureati in comunicazione sono in assoluto i più flessibili ed adattabili sul mercato del lavoro.

Ora, l'esperienza degli ultimi quindici anni mostra come sia arrivato il momento per un approccio equilibrato sia nell'impostazione di questo percorso di studi sia nella sua valutazione a posteriori. Indubbiamente, la pratica sul campo è insostituibile. E soprattutto nel mondo del lavoro di oggi, è sempre più necessario, prima di tutto, saper comunicare con i colleghi e saper imparare velocemente. Ecco perché, fin dagli anni d'università, bisogna saper integrare lo studio teorico, che fornisce una visione ampia e d'insieme dei fenomeni, con esperienze sul campo, che danno un riscontro pratico su cosa significa fare comunicazione.

Ora, oggi il mondo del lavoro in Italia presenta delle storture di cui soffrono in particolare le generazioni dai 20 ai 40 anni. E l'università italiana è impostata principalmente sulla cultura umanistica, che dà certamente grande visione complessiva, ma è carente sul lato pratico. Oltre ad altre ataviche storture del mondo accademico. Senza dimenticare che il mondo politico non percepisce l'importanza dell'università per lo sviluppo del Paese.

E dunque, quale futuro per le scienze della comunicazione? Sarebbero auspicabili una maggiore razionalizzazione dei percorsi di studio e delle sedi sul territorio nazionale, nonché una maggiore internazionalizzazione dell'esperienza universitaria. Anche nel campo mediologico, la riforma universitaria del 3+2 non sembra aver prodotto grandi risultati, anzi.

Soprattutto in un'epoca come questa, la comunicazione è importante. E studiarla e praticarla bene è un primo passo per poter almeno auspicare un avanzamento generale della società.

Commenti

Gabriele,
grazie della ricognizione, precisa ed esauriente. Mi pare che anche lei, tuttavia, non riesca a tirarsi fuori da certe dicotomie e luoghi comuni di cui auspica il superamento. In particolare, la vecchia storia teoria VS pratica, in questo caso, è il più classico dei depistaggi che animano il (falso) dibattito storico sull'università italiana. Fino ad alcuni decenni fa, il concetto di "utilità/inutilità" - come pure un certo lessico specialistico ("rendimento", "credito", "prestazione") - era del tutto estraneo non solo all'Accademia, ma anche al mondo dell'istruzione. Francamente, ritengo ancora oggi innaturale, forzato, sbagliato a priori qualsiasi piano di "avvicinamento" degli studi al mondo del lavoro. A differenza della scuola dell'obbligo, l'università è un'istituzione non relegabile al rango di tappa. Che le cose stiano diversamente, ahimè, è sotto gli occhi di tutti. Immagini la scena, del tutto comune, di un giovanotto che risponda "Studio" alla domanda "E tu cosa fai?". Quella risposta è oggi, in tutto e per tutto, equivalente alla risposta "Non lavoro ancora". Senza che ce ne accorgessimo, quell'aut è divenuto un ante.

La domanda, in verità, è una sola e molto semplice: quanto siamo disposti a investire sullo studio? In altre parole, piuttosto che inseguire un mitico "avanzamento generale della società", perchè non chiedersi quanto siamo disposti ad accettare (e sostenere economicamente) che i nostri Studenti trascorrano interamente il loro tempo su ricerche che potrebbero anche rivelarsi perfettamente "inutili" per il futuro economico del nostro paese?

@ Antonio R.
Grazie per il commento.
Le sue valutazioni investono la considerazione sociale complessiva di cui gode (o non gode) il sistema dell'istruzione in Italia, università compresa.
L'approccio italiano parte da basi più teoriche rispetto, per esempio, al mondo anglosassone. E questo dislivello aumenta con il passaggio ai gradi di istruzione superiori.

Si è ormai appurato come la concezione dell'università in termini di "crediti" e "performance" non porti miglioramenti alla qualità dello studio e degli studenti.
Il rapporto fra teoria e pratica si pone in maniera ineludibile al termine degli studi universitari. E proprio la consapevolezza della delicatezza di questa "fase" dovrebbe orientare politiche accademiche lungimiranti, supportate da una classe politica che riconosca il valore della ricerca, i cui risultati si vedono nel medio e lungo periodo. In Italia, la visione predominante è quella di breve termine, e ciò fa scadere anche la considerazione sociale di chi risponde "Studio" alla domanda "Cosa fai?"

Chi studia, in realtà, fa un lavoro particolare, che non può essere valutato con i classici parametri economici di una attività retribuita. L'università italiana è percepita come qualcosa di distante dal vissuto quotidiano degli italiani, ed entrambe le parti hanno una responsabilità in questa incomprensione reciproca.

Grazie a lei.
La risposta ha colto pienamente il senso e la lettera del mio intervento.

E anche qui: http://www.alessandracolucci.com/2010/05/10/sono-laureata-in-scienze-della-comunicazione/trackback/ "parlano di te": meglio tenerne traccia per chi leggerà il post ex post (bisticcio di parole volontario :D), no?

Il tema dell' istruzione superiore in Italia è quantomai complesso. Però vorrei un parere sulla scelta di mia figlia Martina che ha passato l'ammissione del BIEMF della Bocconi, ma è stata ammessa a Warwick e City London per Management.
Siamo veramente in dubbio su quale sia la migliore visto che le classifiche internazionali pongono Warwick al 35° posto mondiale e la Bocconi undergraduate degree non appare.
Chi ha notizie più aggiornate ?
Intanto per cortesia diffondete questo link per ottenre la borsa di studio UNICREDIT

@ Angelo
Grazie, avevo già letto quel post...

@ Stefano da arese
Auguriamo naturalmente un felice percorso universitario a sua figlia Martina, la prego però di rimanere nel tema del post... Grazie.

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