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Un caffè con Paolo Rosa

Primo appuntamento 2012 con le interviste Un caffè con.

Paolo RosaPaolo Rosa è co-fondatore di Studio Azzurro, studio attivo in progetti multimediali fra arte, linguaggi audiovisivi e tecnologie interattive, con sede a Milano.

Nato a Rimini nel 1949, si occupa di arti visive e cinema sperimentale dagli anni Settanta ed è stato ideatore di numerose mostre, spettacoli teatrali e videoambienti per istituzionali culturali ed aziende.

E’ preside del Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate dell’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. E’ autore, assieme ad Andrea Balzola, del libro L’arte fuori di sé. Un manifesto per l’età post-tecnologica (Feltrinelli editore, Milano 2011, disponibile anche in formato e-book). Vive a Milano.

Da dove nasce la sua passione per i linguaggi artistici?  Fin da bambino, sono stato interessato ai temi dell'arte. Ho frequentato il liceo artistico e l'Accademia di Belle Arti. Non avevo precedenti in famiglia. Ho seguito questa mia passione, che si è successivamente sviluppata in una attività lavorativa.

Ha co-fondato Studio Azzurro nel 1982, assieme a Leonardo Sangiorgi e Fabio Cirifino, con Stefano Roveda che si è aggiunto nel 1995. Perché avete scelto questo nome e quali sono state le storie professionali, le soddisfazioni e le difficoltà che le sono rimaste impresse in questi 30 anni? Ci sono stati molti momenti importanti in questi 30 anni. Nel 1982, avevo già alle spalle alcuni anni di lavoro militante nella comunicazione, di matrice anche politica, fatto con gli strumenti dell'esperienza artistica. Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, avevo coinvolto alcuni amici fotografi nella realizzazione di un film che avevo progettato, e questa esperienza è stata la scintilla che ha fatto nascere Studio Azzurro: il gruppo si formò attorno a quella esperienza. All'epoca, con una boutade decidemmo di chiamarlo Studio Azzurro; anche se nel corso del tempo, la ragione di questo nome si è manifestata: l'azzurro richiama la dimensione dell'atmosfera e dell'etereo. Ma il nostro studio è una solida atmosfera creativa: attraverso il lavoro in team, abbiamo costruito un habitat creativo.

Nel libro che ha recentemente scritto con Andrea Balzola – L’arte fuori di sé – si discute della caduta dei codici di riferimento nell’arte contemporanea, senza però demonizzare l’epoca attuale, indicando anzi nella funzione simbolica e pratica dell’arte un possibile antidoto alle patologie dell’età post-tecnologica. Quale direzione stanno prendendo il concetto e la pratica dell’arte? Noi apriamo il libro affermando che il sistema dell'arte contemporanea ha esaurito la sua traiettoria e non svolge più la sua funzione critica, di anticorpo, reattiva. Nello sviluppo del libro, basandoci sulle nostre esperienze pratiche, indichiamo anche le luci che possono farci costruire, fra le tante, una costellazione di significati per immaginare un pensiero nuovo dell'arte e un nuovo approccio di costruzione e fruizione dell'opera. Si tratta di modalità che risiedono su due versanti: uno è linguistico, e fa riferimento all'introduzione della cultura delle tecnologie, intesa sia come potenziale espressivo sia come elemento che ha condizionato molto il nostro immaginario in questa fase storica. L'altro versante pone attenzione allo stato di crisi che il mondo sta vivendo in questi anni: stato di crisi che non può lasciare indifferenti il mondo dell'arte e gli artisti. Credo che in questo momento il mondo chieda qualcosa all'arte, e l'arte debba rispondere con una presa di responsabilità e restituendosi una funzione all'interno della dimensione sociale.

In quale modo le tecnologie stanno influenzando il panorama artistico e culturale di oggi? Le tecnologie introducono modalità di relazione straordinarie, come hanno già fatto nella società, e stanno rimodellando i nostri comportamenti e i nostri modi di comunicare. Credo che possano fare molto anche nell'arte: l'introduzione dell'interattività permette di generare una pratica relazionale che è una delle basi su cui fondare un nuovo modello estetico.

Quali sono i modi per applicare l’interattività nei musei, nei teatri e nelle mostre? Bisogna pensare che oggi il progettista, ossia l'artista, non produce un'opera definitiva, bensì l'avvio di un processo. L'interattività permette di avviare un dialogo, ma il dialogo deve essere un vero dialogo e bisogna saper accettare le opinioni della diversità. Si tratta, dunque, di progettare opere che si prolunghino nei gesti delle persone ed entrino in una dinamica dialogica molto forte, attivando processi di collaborazione e condivisione che in questo momento rappresentano un importante valore aggiunto. Attraverso queste considerazioni si arriva, inoltre, ad una estetica relazionale che bada molto ai gesti e rimette in campo valori etici di grande importanza.

Le narrazioni della modernità sono caratterizzate dalla linearità dello sviluppo. Le narrazioni interattive di oggi sono caratterizzate dal linguaggio digitale. Quali sono le indicazioni da tenere presente quando si progetta una narrazione audiovisiva multimediale? Stiamo entrando in un'epoca in cui è meglio togliere che mettere. Ai miei studenti, dico sempre di darsi un motivo serio per cui fare qualcosa. E per darsi un motivo serio, bisogna avere chiare le regole di un'etica che bisogna costruirsi, densa di valori e adeguata al mondo di oggi. Abbiamo vissuto molti anni in cui abbiamo aggiunto parecchie cose nel nostro paesaggio, ed ora è arrivato il momento di non consumare altri territori fisici e mentali. Inoltre, quando si progetta qualcosa di interattivo che tende anche alla dimensione narrativa, il progettista deve assumere il ruolo di scatenatore di comportamenti virtuosi: va richiamata la sensibilità dello spettatore, a volte molto sopita e nascosta, per farla emergere come valore aggiunto.

Come è cambiato, negli ultimi dieci anni, l’approccio delle istituzioni culturali e delle aziende nei confronti dell’innovazione tecnologica? Nell'ambito dell'arte, l'interattività è ormai diffusa ma non ancora pienamente accettata. Per quanto riguarda i musei tematici, dove abbiamo avuto diverse esperienze, la pratica dell'interattività è invece richiesta; e abbiamo trovato questo filone espressivo in cui c'è ascolto e possibilità di sviluppare un percorso. Il motivo è semplice: in un museo tematico c'è, per definizione, attenzione allo spettatore, mentre in un museo d'arte contemporanea spesso non c'è lo stesso livello di attenzione per gli spettatori.

Quale rapporto hanno gli italiani con la creatività e con le innovazioni nella produzione culturale? Siamo tutti stratificati nella nostra gloriosa storia: la portiamo nel nostro DNA ma negli ultimi anni è stata molto svilita. Dobbiamo ritrovare questo filo conduttore perché sarà, probabilmente, la nostra salvezza. E' l'unico punto da cui possiamo chiamare una certa capacità di emergere rispetto al mondo e valorizzare la nostra unicità.