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Io sono Tempesta [recensione film]

Nell’immagine: il cast del film Io sono Tempesta, regia di Daniele Luchetti, Italia 2018.

Il film Io sono Tempesta prende spunto da tre verità.

Una è nota da molto tempo: per vivere, serve denaro.

Le altre due sono emerse negli ultimi dieci anni: l’aumento della distanza tra ricchi e poveri, e le nuove povertà emerse nella società italiana.

Prodotto da Cattleya e Rai Cinema, ambientato in gran parte a Roma, diretto da Daniele Luchetti, che ha firmato la sceneggiatura assieme a Sandro Petraglia e a Giulia Calenda, il film è attualmente nelle sale cinematografiche italiane.

Usando il tono tragicomico e la contrapposizione tra persone agli antipodi, Io sono Tempesta mostra il cinismo del mondo contemporaneo.

Partendo da Numa Tempesta (interpretato da Marco Giallini): uomo d’affari dal carattere avido e arrogante, che gestisce un fondo d’investimento di 1 miliardo e mezzo di euro. La sua vita scorre tra speculazioni al limite della legalità (a volte anche oltre), corruzione, escort, solitudine, conflitti irrisolti con suo padre. Finché, un giorno, arriva una condanna per frode fiscale che lo costringe ad estinguere una pena. I suoi avvocati tramutano il periodo in carcere in un anno di lavoro in un centro sociale che assiste gli indigenti.

Inizia così una doppia vita per Tempesta: di giorno, lavora nel centro sociale, di sera continua a condurre la propria vita nella ricchezza. Nel centro sociale, Tempesta incontra una varia umanità che non hanno nulla a livello economico. Come Bruno (ben interpretato da Elio Germano), aspirante barista al quale è rimasto soltanto il figlio bambino, dopo un tracollo economico e l’abbandono da parte della moglie.

L’incontro con Tempesta riaccende in Bruno la speranza di rimettere in piedi la propria vita. Ma il cinismo di Tempesta domina la narrazione: aiuterà gli indigenti del centro sociale soltanto se saranno capaci di fare una piccola speculazione. La necessità aguzza l’ingegno, e gli indigenti riescono a farcela. A quel punto, Tempesta li accetta come “colleghi” e inizia ad usarli per una gigantesca speculazione edilizia in Kazakistan. Spinto dall’umana aspirazione ad uscire dalla povertà, il gruppo di indigenti lo segue.

Ma dopo aver scoperto gli inganni di Tempesta, la direttrice del centro sociale (interpretata da Eleonora Danco) lo denuncia e lui finisce davvero in carcere. Nel finale del film, gli indigenti riescono a risollevare la propria vita, mentre in carcere Tempesta incontra, dopo molto tempo, suo padre.

Non si tratta del primo film in cui vengono messi a confronto mondi lontanissimi. Ma Io sono Tempesta ha il merito di mostrare come possano cambiare le cose nella vita. Anche in mezzo al cinismo del mondo contemporaneo.