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Appunti sull’economia, sulla finanza, sugli investimenti, sul finire del 2018

Di sicuro, il 2018 è stato un anno complesso dal punto di vista di chi ha dovuto fare scelte di investimento.

Probabilmente per la prima volta nella Storia, ci troviamo in un momento storico in cui è molto difficile trovare “porti sicuri” nel mondo degli investimenti.

Ma torniamo a una decina di anni fa, prima della Grande Crisi.

Nel 2007, il reddito medio degli italiani era 1,10 volte quello della media dei Paesi dell’Unione Europea. Oggi, il reddito medio degli italiani è pari a 0,93 volte quello della media dei Paesi dell’Unione Europea. C’è stato dunque un arretramento del 17% nell’ultimo decennio.

D’altra parte, lasciando i risparmi sul conto corrente, c’è il rischio concreto di perdere potere d’acquisto: dal 1996 ad oggi, in Italia c’è stata una perdita del potere d’acquisto del 34%.

Nel corso dell’ultimo decennio, inoltre, il fattore demografico non è stato favorevole all’Italia, e continua a non esserlo: molte persone sono arrivate alla pensione, molti sessantenni devono continuare a lavorare, pochi giovani riescono ad entrare stabilmente nel mondo del lavoro, molti giovani si trovano con un piede dentro e un piede fuori dal mondo del lavoro, poche nascite.

Da anni, ormai, la Borsa italiana oscilla tra i 12.000 e i 24.000 punti, e anche se non rappresenta al meglio l’economia italiana (che è fatta, in gran parte, di piccole e medie imprese), la mancanza di crescita del listino italiano è lo specchio della difficoltà di crescere dell’economia italiana. Al di là del listino dei titoli maggiori, sul segmento AIM di Borsa Italiana – che attualmente conta 114 società quotate – si possono trovare aziende a bassa capitalizzazione, attive in settori di frontiera, che potrebbero essere buoni investimenti in una ottica di lungo termine

Dal 2010, la Banca Centrale degli Stati Uniti (FED) e la Banca Centrale Europea (BCE) hanno “guidato” il percorso delle Borse negli Usa e in Europa, con esiti un po’ diversi. Mentre negli Stati Uniti, l’azione di sostegno alla crescita della FED ha spinto il listino Usa verso una crescita durata 9 anni, in Europa la complessità di gestione dell’eurozona non ha prodotto la stessa crescita verificatasi in America.

Con i tassi di interesse molto bassi dell’ultimo decennio, le aziende Usa si sono indebitate e hanno fatto molti buybacks, che hanno fatto aumentare gli utili per azione, ma la crescita degli utili aziendali non è stata uguale a quella degli utili per azione. Secondo JP Morgan, alla fine del 2018, le aziende Usa avranno fatto buyback per addirittura 800 miliardi di dollari. Quando si tratta di un vero buyback, basato sulla fiducia che i dirigenti hanno sul futuro dell’azienda che dirigono, spesso è un fatto positivo per gli investitori. Altre volte, si fa buyback per mascherare problemi finanziari o di altro tipo dell’azienda. In generale, il buyback è un segno che il top management considera le azioni dell’azienda come un buon affare, inoltre avere meno azioni sul mercato tende a ridurre le fluttuazioni del prezzo dell’azione, e i buyback aiutano ad incrementare gli utili per azione, aiutando a battere le stime degli analisti in occasione della trimestrale. Peraltro, per le aziende che pagano regolarmente un dividendo, il buyback significa anche avere meno azioni che richiedono il pagamento di un dividendo trimestrale.

Dal punto di vista delle IPO sul mercato azionario statunitense, il 2018 si avvia ad essere ricordato come un anno con molti sbarchi di startup a Wall Street, fino ad oggi sono state quasi 200 le IPO quotate a New York (un dato che supera già il totale di tutte le IPO del 2017). Statisticamente, le IPO tendono a sottoperformare durante il primo anno (o due anni) di quotazione.

Le parole di ieri di Jerome Powell (presidente della FED) hanno “tranquillizzato” Wall Street: nel 2019, non ci saranno molti rialzi dei tassi negli Usa, probabilmente ce ne saranno soltanto due. E la FED intende attuare una politica monetaria vicina alla neutralità.

In Europa, la situazione è diversa: sono attese le comunicazioni che Mario Draghi (presidente BCE) farà giovedì 13 dicembre 2018. Da diverso tempo, la BCE sta cercando di sostenere la crescita nell’eurozona, ma la zona euro è composta di 19 Paesi, e fra i Governi dei Paesi dell’eurozona non c’è un consenso unanime sull’euro. Ma prima o poi, anche nell’eurozona bisognerà alzare i tassi d’interesse. E con il rialzo dei tassi di interesse, le aziende molto indebitate soffriranno di più. Nel 2019, la BCE interromperà l’acquisto di titoli di debito. La grande domanda è: durante l’anno prossimo, la BCE alzerà i tassi oppure no?

Nell’eurozona, l’inflazione è tornata attorno al 2%: il livello “ideale” dell’inflazione nell’eurozona. In questo momento, anche l’economia tedesca (la “locomotiva” dell’eurozona) è in fase di rallentamento. Il settore bancario, come è noto, risente dello spread. Negli Usa, c’è un certo timore sul rialzo dell’inflazione.

Il sentiment generale, fra gli investitori, è che si stia entrando in una fase di rallentamento del ciclo economico. La Borsa statunitense è reduce da 9 anni di trend rialzista: un periodo molto lungo. In Europa, la mancanza di riforme economiche veramente strutturali non permette di poter accelerare sulla crescita. A livello globale, inoltre, è in corso di sviluppo la complessa questione dei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina. Senza dimenticare l’incerta situazione legata alla Brexit.

I listini azionari non chiuderanno quest’anno con performances da ricordare, chissà se a Wall Street si riuscirà a mettere in scena il “rally di fine anno”. Il prezzo del petrolio è in discesa, e anche l’oro e l’argento non stanno brillando. Il cambio euro/dollaro è arrivato, ad oggi, ad un valore di 1,13.

All’interno di uno scenario con molte incognite, c’è però una certezza: il capitale finanziario e il capitale psicologico sono strettamente collegati: se si distrugge (o si erode) il capitale finanziario, vi saranno ripercussioni negative anche sul capitale psicologico, in termini di fiducia nelle proprie capacità.

Sommando gli elementi strategici, è ragionevole impostare la strategia di investimento per il 2019 sulla prudenza, e in caso di “tempesta” avere le giuste protezioni, per poi essere pronti a cogliere le opportunità quando la situazione sarà più tranquilla.