Esportare negli Stati Uniti: gli aggiornamenti di ExportUSA

I dazi decisi dall’Amministrazione Trump a partire da aprile 2025 sono stati uno dei temi caldi di quest’anno e sono ancora oggi al centro del dibattito economico e politico globale.

La questione implica una serie di accorgimenti formali e pratici di cui le aziende esportatrici negli Stati Uniti devono tenere conto.

La dogana statunitense utilizza, infatti, il principio della substantial transformation per stabilire il Paese d’origine doganale di un prodotto. Non esiste un criterio unico e automatico: la valutazione avviene caso per caso, analizzando la struttura e la complessità del processo produttivo.

Ad esempio, quando un prodotto italiano contiene parti o componenti di origine non italiana, la dogana USA valuta se le lavorazioni svolte in Italia siano “significative o complesse” oppure solo “minimali o semplici”. Solo nel primo caso si potrà mantenere come Paese d’origine l’Italia.

Per decidere se un’operazione produttiva costituisca una trasformazione sostanziale, vengono analizzati diversi elementi qualitativi, tra cui il numero dei componenti assemblati, il numero e la varietà delle operazioni eseguite, la durata complessiva del processo produttivo, il livello di competenza tecnica richiesta, le risorse impiegate nella progettazione e nello sviluppo del prodotto. Non è il solo valore dei componenti a determinare l’origine doganale, ma l’insieme del processo industriale.

La società ExportUSA, operativa dal 1993 e presieduta da Lucio Miranda, ha uffici a Rimini, New York e Bruxelles, ed è specializzata nelle procedure per esportare prodotti e servizi negli Stati Uniti.

«Un eventuale country of origin diverso da Italia o Europa, in particolare la Cina, – spiega Lucio Miranda, presidente di ExportUSA – espone i produttori italiani a un aumento esponenziale dei costi doganali e al rischio di perdita di competitività sul mercato statunitense. Diventa quindi strategico per le aziende strutturare correttamente la propria catena produttiva e documentare in modo accurato ogni fase del processo, per poter dimostrare alla dogana USA la reale trasformazione sostanziale dei beni. Il prezzo della parte della componente di origine cinese è uno dei tanti fattori ma non è quello determinante. Il semplice assemblaggio non equivale mai a substantial transformation».

Esistono, inoltre, degli accorgimenti che le aziende possono mettere in atto per ottenere rimborsi anche significativi.

È in corso, infatti, il riesame da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti in merito alla legittimità di imporre i dazi, con il responso definitivo atteso entro la metà del 2026.

Le imprese hanno tempo fino alla fine del 2025 per chiedere una estensione della liquidazione del dazio sulle importazioni negli USA effettuate a partire da metà aprile 2025, per preservare il diritto al rimborso dei dazi nel caso in cui la Corte Suprema accertasse che si tratta di dazi illegittimi.

«Per la richiesta di rimborso ci sono due possibili soluzioni: una è richiedere un’estensione della liquidazione presso la dogana americana. Le estensioni, concesse a discrezione dell’autorità doganale, coprono generalmente periodi di un anno fino a un massimo di tre anni. L’approvazione non è garantita, pertanto è necessario monitorare con attenzione lo stato della richiesta. L’altra è presentare un ricorso formale, chiamato protest, dopo la liquidazione del dazio. Il ricorso consente di preservare il diritto al rimborso e deve essere presentato entro 180 giorni dalla data di liquidazione. La procedura, che può essere depositata in via telematica, risulta più semplice da gestire e monitorare. Entrambe le opzioni presentano vantaggi e svantaggi, ma costituiscono gli unici strumenti per assicurarsi l’accesso a eventuali rimborsi futuri. Per le importazioni effettuate ad aprile 2025, le finestre temporali inizieranno a chiudersi tra la fine del 2025 e gennaio 2026. Disporre di una mappatura precisa delle proprie scadenze è dunque essenziale», precisa Lucio Miranda.