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Scusate se esisto! Ovvero l’arte di arrangiarsi in Italia

Scusate se esisto!, diretto da Riccardo Milani, propone una versione della commedia all’italiana dove si intrecciano temi sociali, mondo del lavoro e sentimenti, con una venatura tragicomica.

Paola Cortellesi, la vera protagonista del film, interpreta la parte di un trentenne architetto italiano, nato e cresciuto nella provincia abruzzese, che va a lavorare all’estero, dove riceve riconoscimenti e apprezzamenti. Ma arriva il giorno in cui la nostalgia dell’Italia prende il sopravvento, e arriva la decisione di tornare nel Paese natio.

Ben presto l’architetto si rende conto che tornare in Italia è stata una decisione coraggiosa. Molto coraggiosa, tenendo conto che il tenore di vita è parecchio diverso da quello che aveva a Londra. E le periferie romane (dove è girata una parte del film) sono un luogo complesso. Nel frattempo, la ricerca di un lavoro adeguato a Roma si rivela molto più difficile del previsto. Ed ecco che entra in scena Raoul Bova, proprietario del ristorante dove la protagonista lavora come cameriera. Sembrerebbe l’uomo ideale per lei, ma dietro le quinte ha una situazione personale complicata: divorziato, con un figlio ancora bambino, e nel frattempo è diventato gay.

Gli equivoci sono un classico della commedia all’italiana e il film prende una torsione tragicomica nel momento in cui Serena Bruno (la protagonista), giocando con il suo nome e cognome, riesce a farsi passare per un uomo e così facendo ottiene la possibilità di lavorare in uno studio di architetti, e Francesco (Raoul Bova) accetta di fingere di essere l’architetto capo di Serena. Con Serena che è – o dovrebbe essere – la sua assistente. E nell’era della tecnologia, è Serena a “guidare” Francesco tramite chat e computer durante le riunioni di lavoro.

A complicare ulteriormente la situazione, le frequentazioni gay di Francesco, la famiglia di Serena che scalpita per vederla “sistemata” con un uomo, il rapporto da costruire tra Francesco e il figlio di 7 anni (affidato alla madre), e lo studio di architetti dove non c’è un clima lavorativo edificante.

Di equivoco in equivoco, si arriva al finale con happy end. L’idea di base del film è certamente importante ma in seguito la narrazione si disperde in vari sottotemi (tutti più meritevoli di attenzione in altra sede) che diluiscono la direzione principale del racconto: ovvero l’arte di arrangiarsi per poter lavorare in Italia.