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Alcune riflessioni di Alberto Abruzzese per (tentare di) uscire dall’emergenza universitaria

In un mondo come quello attuale, dove le tecnologie sono sempre più presenti nella vita quotidiana, le discipline umanistiche hanno ancora un senso e un futuro? Sì, perché danno una visione d’insieme del mondo e permettono di avere una prospettiva complessiva sui grandi fenomeni sociali e culturali che avvengono nel corso del tempo, a differenza delle scienze “dure” che definiscono con estrema precisione il proprio campo d’interesse e non sempre si spingono a considerare gli effetti sociali e culturali della scienza e della tecnologia.

La comunicazione, poi, è diventata al giorno d’oggi la disciplina di congiunzione tra il mondo umanistico e quello delle tecnologie.

Ora, in un Paese orientato al futuro, la scuola e l’università dovrebbero essere tra le priorità di qualsiasi classe dirigente. In Italia, sappiamo che la vicenda è diversa.

Nel 2012, Alberto Abruzzese, sociologo della comunicazione e docente universitario di lungo corso, scrisse una lettera aperta sulla difficilissima condizione generale dell’università italiana (con riferimenti specifici alla profonda crisi dell’area umanistica) all’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Lettera che pubblicai anch’io su questo Blog.

Oggi, tre anni dopo, Abruzzese rivolge un nuovo appello all’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella, per esortare le massime cariche istituzionali ad occuparsi a fondo della scuola e dell’università.

In una comunicazione che abbiamo recentemente ricevuto, Abruzzese sintetizza la sua posizione su questo tema e vale la pena di riprendere queste sue parole:

A mio avviso si tratta di ristabilire una sequenza: a) inchiodare i vertici dello Stato a anteporre ad ogni altra questione quella della scuola e dell’università, stabilendo e firmando una sorta di patto con i cittadini, patto in cui si fanno garanti del rispetto dei princìpi di assoluta priorità della formazione dei giovani; b) promuovere un ripensamento radicale dei mezzi e contenuti dell’insegnamento, poiché – senza questa operazione di giustizia e bonifica tecnica e morale dell’esistente – il terribile vincolo di almeno quaranta anni di errori e inadempienze resterebbe invalicabile e sarebbe impraticabile una prima fase di ricerca e formazione dei formatori; c) fissare le procedure e le agende di lavoro necessarie a dare inizio ad un processo innovativo in cui ragione economica e ragione sociale riescano a combinarsi insieme, accettando l’idea che dell’istruzione non si possono tagliare ed anzi vadano aumentati i costi. Sulla base naturalmente di una loro resa in termini di qualità del sistema formativo nei propri obiettivi e negli strumenti adeguati a realizzarli“.

Se si vogliono risanare la scuola e l’università italiane è necessario un lavoro importante, faticoso e orientato al lungo periodo: iniziare a capire da dove riformare il sistema formativo è un primo passo.