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Economia reale e beni comuni europei

Economics
Negli ultimi giorni, si sono rafforzate le voci e i timori globali sui problemi dell'economia italiana. Queste voci hanno generato ripercussioni negative sul mercato finanziario italiano. Non è la prima volta che ciò accade, e non è la prima volta che le agenzie di rating ed altri organismi di valutazione economica e finanziaria emettono giudizi su un Paese o su un altro.

Negli ultimi anni, organismi come le agenzie di rating et similia hanno perso molta della loro credibilità, per vari motivi tra cui: previsioni errate e conflitti d'interesse più o meno evidenti. Al di là della sempre più vacillante affidabilità di queste fonti, l'economia italiana soffre di antiche storture (tra cui bassa crescita e bassa competitività) che la rendono meno competitiva sia rispetto al resto d'Europa sia rispetto al resto del mondo.

Come è ormai appurato, l'eccessiva finanziarizzazione dell'economia ha generato numerosi problemi nelle società occidentali, e la crisi globale ha fatto emergere problemi e debolezze latenti soprattutto nelle economie di alcuni paesi europei come la Grecia, l'Irlanda, la Spagna, il Portogallo. E l'Italia.

In realtà, nessun paese europeo è immune dalle conseguenze della finanziarizzazione dell'economia. Ed è sempre più urgente tornare a ragionare in termini di economia reale, ovvero l'economia i cui effetti si collegano direttamente alla vita dei cittadini e delle imprese.

European Common Goods è un manifesto – sottoscritto da economisti, docenti universitari, liberi professionisti, europarlamentari e cittadini in Italia, in Europa e nel resto del mondo – per lanciare un appello e discutere idee su come uscire dall'attuale crisi economica. Recentemente disponibile online, il manifesto raccoglie già numerose adesioni.

Claudia Bettiol, ingegnere, docente di Negoziazione Energetica all'Università di Roma "Tor Vergata" e saggista sui temi delle energie rinnovabili e della mobilità sostenibile, è tra le prime persone ad aver sottoscritto il manifesto. Le abbiamo chiesto un approfondimento sulle idee alla base di European Common Goods.

In italiano, European Common Goods si può tradurre con "beni comuni europei", o anche con "beni pubblici europei". Da quali riflessioni è nata questa iniziativa? Per un paese, vendere le infrastrutture significa perdere la sua identità e quella dei suoi cittadini. L’effetto delle liberalizzazioni e della finanziarizzazione comporta una diversa relazione fra lo Stato e il cittadino. I Paesi europei e l’Europa sono stati un modello unico e hanno sempre avuto un rapporto speciale con i cittadini. Un rapporto che si è rotto con la finanziarizzazione del sistema politico-economico e che ora rischia di condurre alla fine dell’Europa stessa. Si è rotta la fiducia soprattutto fra le giovani generazioni e i decisori politici: Madrid, Atene, Londra e Roma sono i teatri su cui si svolge questa tragedia. Per interrompere questo scenario dobbiamo introdurre nuovi elementi e un diverso modo di guardare la situazione attuale. Dobbiamo tornare a pensare in termini di economia reale e di imprese, e non di debito finanziario. Dobbiamo fare un piano pluriennale e non seguire le isterie giornaliere dei mercati.

La proposta che un gruppo di persone ha ideato è quella di creare una Società Pubblica Europea che possa essere partecipata solo da Stati Membri e da cittadini europei. La Banca Centrale Europea non dovrebbe più prestare denaro ai paesi in difficoltà, i quali dovrebbero poi restituirlo attraverso la vendita dei propri asset. La Banca Centrale Europea presterebbe i soldi a questa società, la quale comprerebbe direttamente questi asset e ripagherebbe il debito attraverso la gestione delle infrastrutture. In questo modo, gli asset restano patrimonio pubblico – Beni Comuni Europei – e potremo riavviare processi industriali con piani di rilancio. Anziché sottoscrivere obbligazioni il cui valore viene deciso da altri, i cittadini europei sottoscriverebbero azioni di questa società e quindi diventerebbero piccoli comproprietari di questi beni pubblici.

Questo Manifesto è disponibile anche su Facebook ed è già stato sottoscritto da economisti come Loretta Napoleoni e Leonardo Becchetti, e da europarlamentari come Monica Frassoni, Jo Leinen, Gianni Pittella.