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La situazione (amara) dell’Università in Italia, secondo Alberto Abruzzese

Alberto Abruzzese, classe 1942, è stato per molti anni professore nelle Università italiane: a Napoli dal 1972 al 1992 (all’Università Federico II), a Roma dal 1992 al 2005 (all’Università La Sapienza), a Milano dal 2005 al 2012 (alla Università di Lingue e Comunicazione IULM).

È tra i fondatori degli studi accademici sui media e sulla comunicazione in Italia, e ha realizzato studi e ricerche che hanno innovato il modo di studiare le forme di comunicazione.

Oltre all’attività accademica, ormai da molti anni Abruzzese denuncia il funzionamento sbagliato del sistema universitario italiano.

Qualche giorno fa, Abruzzese ha postato, sulla propria pagina Facebook, una riflessione che ha suscitato un vasto consenso. Il tema di questo suo post è: Dimenticare Frasca.

Abruzzese porta all’attenzione la vicenda di Gabriele Frasca: docente di Letterature Comparate all’Università degli Studi di Salerno. Secondo Abruzzese, Frasca ha patito una clamorosa ingiustizia nel percorso di carriera accademica. Pur avendo un curriculum accademico ed extra-accademico di grande qualità, Frasca è stato superato, in sede di concorso, da un altro candidato, con una opinabile valutazione da parte della Commissione d’esame. 

Ma la vicenda di Frasca è l’inizio di questa denuncia di Abruzzese, che prosegue con una lucida analisi sul sistema universitario italiano.

Qui di seguito, il testo di Alberto Abruzzese.

DIMENTICARE FRASCA

Cosa significa questo slogan che vorrei si diffondesse il più possibile e che dunque chiedo a tutti di riprendere e commentare dovunque vogliano e possano? Chi non sappia di Frasca vada su Google (gli dirà che è una grande persona). Da alcuni giorni – sulla stampa, purtroppo quella regionale invece che nazionale, a ragione della distrazione generale, politica e culturale e quindi anche giornalistica nei confronti delle condizioni dell’università italiana – Gabriele Frasca è vittima eccellente dell’impianto burocratico di una università svuotata ormai persino delle sue originarie vocazioni storiche (moderne). Nel caso specifico, i giudizi – che la commissione di concorso di abilitazione ha espresso per giustificare la bocciatura di Frasca – hanno raggiunto il livello di una vera e propria farsa culturale, francamente disdicevole persino per l’accademismo corrente (su Google si leggono ampli stralci di tale povertà di spirito, del resto incardinata da sempre nel corporativismo e lobbismo culturale di discipline “umanisticamente” l’una contro l’altra armate).

Frasca è raffinatissimo docente e ricercatore che in questi anni è andato ben oltre gli stecchi e steccati della propria disciplina accademica, e cioè al di là di un discorso ordinato e disciplinato dalle cattive istituzioni del sapere: istituzioni catturate e asservite da altrettanto cattive politiche e miopi amministrazioni pubbliche e private. Non merita dunque di restare impigliato a sua volta nelle fatiscenti trame della questione concorsuale e nel mazzo di vittime che, come Frasca, hanno patito una ingiustizia così pesante per loro: non solo in termini di reputazione ma anche di status economico. Frasca merita invece una scelta radicalmente diversa, all’attacco invece che in difesa: farsi  testimone di una campagna generale contro l’università per ciò che essa è stata e – a meno di non riuscire a decapitarla – per ciò che continuerà ad essere.

I concorsi non sono la causa di un degrado dell’università (o lo sono in minima parte), ma sono invece l’effetto inevitabile di una macchina universitaria priva di ogni credibilità culturale: questo insieme di regole – responsabilità delle leggi che le hanno promulgate nel tempo, così come delle loro sempre più autoritarie applicazioni – da molti decenni ha pesantemente contribuito alla distruzione e al vuoto di ceti dirigenti in grado di affrontare con capacità adeguate e giusto senso di responsabilità un mondo sempre più complesso e conflittuale. Un vuoto di professionisti,  più ancora vuoto di effettive professionalità, che produce mala-società: sofferenza, disuguaglianza e ingiustizia umana. Se si vuole risalire la china del disastro, un siffatto corpo accademico – corpo degli apparati e corpo dei singoli che vi operano – va interamente sradicato dalle sue radici e dalle fronde dei suoi tristi epigoni.

Dunque DIMENTICARE FRASCA significa – per noi colleghi che, partendo dal suo caso particolare, personale, ci siamo sentiti spinti a denunciarne la perversione – agire insieme a lui, e lui insieme a noi, per una mobilitazione più generale. Fuori della vischiosità dei così tanti discorsi su una ingiustizia accademica mai risolta. Piena di miserie di cui ognuno di noi accademici s’è dovuto macchiare. Ad insistere ci si invischia ulteriormente Al contrario DIMENTICARE FRASCA significa colpire duro dentro la crisi di intelligenza e senso di responsabilità che sta distruggendo le istituzioni della ricerca e della formazione professionale proprio ora, in un salto d’epoca dalle incredibili inarrestabili mutazioni tecno-scientifiche e antropo-sociologiche.

“Concorsi: crear danno a fin di bene muta le pecore in lupi, l’ovile in foresta”. Ho inventato questa massima per il mio diario Facebook. Son chiari i motivi di chi fa danni a cattivo fine, ma quali sarebbero i danni a fin di bene che ciascuno di noi docenti, una volta arrivati a ruoli di responsabilità accademica, ha compiuto? Garantire la sopravvivenza ai propri allievi e anche la propria stessa sopravvivenza grazie al loro lavoro di ricerca e insegnamento per/con il docente. Giovani che il docente ha sfruttato per la stessa ragione per cui loro si lasciavano sfruttare certamente per vocazione ma anche sperando di essere inclusi nel sistema delle carriere, cioè ottenere uno status più alto o finalmente uno “stipendio fisso”: insomma investire di proprio per dare “qualità” al luogo che li vedeva insieme ai maestri e studenti. Cosa c’era e ancor più c’è a valle di questo nostro ambiguo, ambivalente, “costume”? Di questo essere venuti meno e venir meno ad ogni buona regola sindacale sul lavoro? Ad ogni ragionata e motivata meritocrazia?

Molte le cause, ma una in particolare: la ristrettezza di risorse economiche in cui una cattedra o un dipartimento o una facoltà o un ateneo (per il complesso squilibrio dei rapporti di potere tra gli apparati del sistema nel suo complesso: tanto interni al singolo corso di laurea o dipartimento, quanto esterni, come ministeri e governi). Ristrettezza di risorse e dunque di “posti” che ovviamente non è stata mai una penuria fatalmente necessaria, ma frutto di scelte politiche errate e miopi, di margini ristrettissimi di investimento sulla ricerca e formazione scientifica da parte dello stato.

È a ragione di questo – o comunque anche di questo – che si è andato sempre più inquinando il clima della vita universitaria e delle sue scelte o delle sue manovre preliminari ad avere modo, occasione e potere di scegliere: le lunghe trafile che dal primo reclutamento dei giovani collaboratori portano ai dispositivi (borse, assegni, dottorati, concorsi) in grado di garantire la sopravvivenza ai prescelti. Meritocrazia inquinata, dunque. Inquinamento meritocratico! Meriti per inquinamento! Un inquinamento che si estende a macchia d’olio su ogni buona o cattiva intenzione. Così lo spazio accademico da ordinato confronto tra capacità e necessità (appunto l’ovile in quanto convivenza pacifica protetta dai lupi) s’è trasformato nella foresta di azioni incrociate in cui solo i lupi possono sopravvivere.

Alberto Abruzzese