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Un caffè con… Davide Bennato

Secondo appuntamento con le interviste 2009 del ciclo "Un caffè con…"

Davide Bennato è professore all'Università degli Studi di Catania, dove insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi, e il suo campo di ricerca riguarda le conseguenze sociali e culturali delle tecnologie della comunicazione. Ha insegnato sociologia dei nuovi media e dell'innovazione all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". E' direttore di ricerca nell'area media digitali, consumi e comunicazione presso la Fondazione "Luigi Einaudi" di Roma; ed è socio fondatore di STS Italia – Società Italiana di Studi su Scienza e Tecnologia, di cui è stato vicepresidente (2005 – 2008).

Hai iniziato a frequentare Internet fin dagli albori… Ho cominciato, come spesso capita alla mia generazione, con l'università. Nel 1994 ero borsista al Centro di calcolo della Facoltà di Sociologia dell'Università "La Sapienza" di Roma, dove studiavo. In quel periodo scoprii internet e, affascinato, iniziai a navigarci anche da casa, all'epoca con il modem. Erano i tempi della nascita e del primo boom dell'internet commerciale in Italia.

Quali sono stati gli snodi fondamentali della costruzione sociale dell'informatica? Da un punto di vista di storia culturale, i passaggi importanti sono stati tre. Il primo è stato la nascita di un'idea per cui anche le attività cognitive umane – in particolare i calcoli – potessero essere riprodotte da macchine, ma col passare del tempo questa idea si è sempre più affinata fino a far nascere l'intelligenza artificiale. Storicamente, questa idea è anche piuttosto antica, essendo legata alle riflessioni di Newton, Cartesio e Leibniz: i primi ad aver elaborato questa idea di far fare ad una macchina attività umane, come appunto i calcoli e le somme. La seconda idea forte è stata quella di far sviluppare macchine che aiutassero l'uomo nelle proprie attività cognitive: questa è un'idea che si è sviluppata fondamentalmente negli anni Sessanta. Ormai i computer esistevano ma mancava ancora l'idea per cui potessero essere tecnologie per chiunque volesse semplificare alcune attività, come ad esempio l'archiviazione e il calcolo. Il terzo passaggio importante è stato il fatto che i computer potessero essere macchine utilizzabili dalle singole persone, ovvero la nascita del personal computer. Molti dimenticano che il computer non nasce da una persona ma da una azienda: le persone usavano i terminali e le aziende avevano i server nei loro laboratori specializzati. Poi, negli anni Settanta, nacque l'idea del personal computer, idea che diventò commerciale con il pc dell'IBM  del 1980.

Uno dei fenomeni diffusi in rete è il file sharing. Nel 2007, hai coordinato una ricerca su questo fenomeno per la Fondazione "Luigi Einaudi" di Roma. Cosa è emerso e come si è evoluto lo scenario negli ultimi due anni? Questa ricerca nasceva dall'esigenza di capire se le persone che facessero file sharing fossero pirati oppure no. All'epoca, uscì un risultato piuttosto variegato: non era così facile dividere il bene e il male. In realtà, la situazione era molto più sfumata: c'erano coloro che non erano interessati all'acquisto di prodotti musicali ma erano in internet per accedere a contenuti che comunque non avrebbero pagato. Poi c'erano coloro che accedevano al download per arrivare a contenuti su cui avevano interesse e che eventualmente avrebbero utilizzato per valutare i prodotti: per esempio scaricare canzoni di un album e magari successivamente decidere di acquistare l'album. Poi c'erano coloro che non erano interessati al file sharing sostanzialmente per questioni di tempo: l'attività del file sharing richiede una certa quota di tempo (scaricare varie versioni del file, verificarne la qualità ed altre operazioni). E dunque, c'erano persone che, avendo la disponibilità economica, preferivano scaricare a pagamento da servizi come iTunes piuttosto che gratuitamente: c'è un rapporto di proporzionalità inversa: se hai molto tempo a disposizione utilizzi i sistemi di file sharing, se hai poco tempo preferisci acquistare direttamente online. Questo è un fatto collegato anche all'età: in età molto giovane, con maggior tempo e minor denaro a disposizione, è forte la tendenza a scaricare gratuitamente da internet. Crescendo, con una maggiore disponibilità economica e con la riduzione del tempo a disposizione per questa pratica, tendenzialmente si preferisce acquistare, anche perché nel frattempo i prezzi sono diventati molto competitivi. E' emerso, dunque, un sistema molto complesso. Negli ultimi tempi, ho notato che la pratica del file sharing ha perso attrattiva: un po' per via delle grandi azioni mediatiche di resistenza a questo tipo di tecnologia, un po' per la crescita di servizi che offrono a prezzi piuttosto vantaggiosi anche la musica online, e un po' anche grazie al successo di prodotti hardware come l'iPhone. A mio avviso, ormai la pratica del file sharing sta diventando due cose diverse: da una parte, uno strumento con cui i giovanissimi imparano ad usare il computer e così, paradossalmente, il file sharing diventa una 'scusa' con cui le persone imparano a fare internet, e poi crescendo si preferisce passare a sistemi più affidabili. Dall'altra parte, sta diventando uno strumento per specifiche nicchie culturali, ovvero si usa il file sharing non tanto per scambiarsi il file musicale quanto per cercare contenuti molto più raffinati – che possono essere software open source o materiali video di difficile accesso – con un uso specifico della rete ed indipendentemente dal mercato dell'industria audiovisiva e musicale.

Quali approcci e metodi di ricerca si stanno rivelando più efficaci per studiare l'innovazione tecnologica? Negli ultimi cinque, sei anni sono cambiate completamente le strategie, un po' anche perché sempre più spesso le persone vanno su internet e quindi è più veloce arrivare direttamente ai soggetti, mentre prima, ad esempio, c'erano i sondaggi telefonici. Sia il mercato sia la ricerca accademica si stanno orientando verso due grandi tipologie di strategie di ricerca: la prima è quella che viene chiamata 'ricerca etnografica online': praticamente si utilizza internet, o anche l'innovazione tecnologica in genere, come se fosse una tribù di un paese diverso e si studiano questi gruppi culturali come farebbe un antropologo: per esempio attraverso tecniche come l'osservazione partecipante o vedendo che tipo di conversazioni avvengono nei forum o che tipo di dibattiti vengono sollevati nei commenti dei blog. Si tratta, dunque, di un approccio etnografico-qualitativo che sta diventando molto potente, anche perché oggi restano tracce delle conversazioni online, quindi il ricercatore può utilizzare anche strumenti software per fare questo tipo di analisi. L'altro grande filone, che non ha ancora un nome specifico, viene chiamato data mining o analisi delle conversazioni online o sentiment analysis. Significa utilizzare un software per cercare di analizzare in maniera completamente automatica le conversazioni che avvengono, ad esempio, su Facebook, sui blog, su Twitter. Questo è un secondo settore di ricerca piuttosto promettente, che in passato era colonizzato solo da software che analizzavano i linguaggi in lingua inglese, ma adesso stanno nascendo pacchetti specifici per fare questo tipo di analisi completamente automatiche anche in lingue come ad esempio l'italiano o lo spagnolo. Da una parte, dunque, c'è la ricerca etnografica con il 'ricercatore-antropologo' che usa internet come se fosse una tribù da imparare a conoscere, e dall'altra parte c'è un sistema più tecnico e automatizzato che comunque ha buoni risultati, anche se siamo appena agli inizi per quanto riguarda qu
esto secondo approccio di analisi delle conversazioni online.

MySpace sembrava destinato ad una certa leadership fra i social network ed invece è stato superato da Facebook. Quali sono stati i fattori determinanti di questo sorpasso e perché Facebook è arrivato così in alto? Si tratta di una questione ancora piuttosto controversa. Ci sono diverse interpretazioni: c'è chi ne fa una interpretazione economica, c'è chi ne fa una interpretazione tecnica, perché sembrerebbe che Facebook abbia dei vantaggi tecnici interessanti. Una ipotesi su cui sto lavorando in questo periodo è quella della metafora. Fondamentalmente, MySpace è un social network che, per permettere alle persone di connettersi, utilizza una metafora che secondo me è quella della cameretta dell'adolescente. Facebook invece ha utilizzato un concept diverso: ha utilizzato la metafora del caffè. Ovvero una spazio semipubblico in cui le persone si incontrano e chiaccherano su un po' di tutto. MySpace è molto forte finché sei un adolescente, perché ha le sue logiche di comunicazione tra adolescenti, ma con il passare degli anni perdi interesse, mentre Facebook è interessante in quanto luogo di aggregazione e man mano che cresci diventa più importante. Questa può essere una delle spiegazioni dello scavallamento di Facebook su Myspace, anche se comunque questo tipo di analisi deve essere integrato con riflessioni collegate al marketing, per esempio il marketing dell'utente di Facebook è molto più aggressivo di quello di MySpace.

Quali ritieni siano le culture emergenti più interessanti nel web di oggi? Una delle caratteristiche della cultura sul web è la frammentazione. E' difficile dire che in rete c'è un gruppo emergente forte: ce ne sono tantissimi che hanno caratteristiche specifiche. Sulla base della mia sensibilità in merito, una cultura forte è quella dei wardrivers: sono coloro che vanno in giro a caccia di reti internet senza fili per potersi collegare. Questa cultura esprime, fondamentalmente, una esigenza molto forte degli ultimi anni: la possibilità della connettività in movimento, ovvero la possibilità di avere un doppio movimento, sul territorio e su internet. Poi c'è un altro aspetto molto interessante: quelle che Henry Jenkins chiama le 'culture della convergenza'. Vale a dire l'esistenza di gruppi internet molto esperti che seguono con la propria competenza un particolare genere: ad esempio un serial televisivo o un film. E rispetto all'oggetto di interesse nasce una sottocultura di analisi e approfondimento. Ci sono numerosi casi in tal senso: dagli appassionati di Lost, che cercano di trovare indicazioni su come si svilupperà la storia, fino a quelli di Harry Potter, che cercano di capire i riferimenti culturali dei libri e dei film. Questi sono, secondo me, due elementi attualmente interessanti: una cultura dell'hardware, come quella del wardriving, e una cultura del software, come quella della convergenza.

Cosa consigli ai giovani per orientarsi tra le professioni del web? Il web sta facendo nascere, ad intervalli abbastanza brevi di circa due anni, figure professionali che non sono ancora codificate. Mentre in passato il webmaster faceva tutto, ora c'è chi si occupa della parte grafica, chi si occupa dell'usability, chi si occupa dell'accessibilità, chi si occupa del seo – search engine optimization – ovvero la possibilità di essere cercati dai motori di ricerca. Oggi c'è un team al posto della persona unica che faceva tutto. Se un giovane volesse fare della sua passione per internet un mestiere, un consiglio valido è la curiosità: andare a smanettare con le nuove applicazioni, i nuovi servizi, i nuovi modi di fare comunicazione online. In secondo luogo, bisogna avere la capacità di approfondire. Ad esempio, non bisogna solamente conoscere Facebook ma sapere anche come fare marketing attraverso Facebook. Sicuramente, curiosità e voglia di approfondimento sono due caratteristiche attraverso cui una persona che già naviga su internet può trasformare la sua competenza in un mestiere.

Davide Bennato