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Un caffè con… Carlo Infante

Quinto appuntamento del 2009 con le interviste del ciclo "Un caffè con…"

Carlo Infante è giornalista e libero docente di performing media in accademie ed università (tra cui la Sapienza Università di Roma). Ha lavorato a lungo come critico teatrale ed è stato autore e conduttore di programmi televisivi (Salva con nome-le parole chiave dell'innovazione e Mediamente.scuola in Rai) e radiofonici (Rai-Radio1 e Rai-Radio3). E' autore di libri sulla comunicazione interattiva e ha coniato il concetto di "performing media". Conduce progetti formativi, in ambito educativo, sull'uso creativo e collaborativo delle nuove tecnologie.

Che cosa significa performing media? Performing Media significa tutto ciò che concerne l'uso sociale e creativo, nel senso ampio del termine, dei nuovi media interattivi. Dire "interattività" implica un processo che riguarda il rapporto che c'è tra noi e le cose, tra noi e il mondo esterno. L'interattività va interpretata in termini culturali e antropologici.

Il teatro è una delle più antiche forme di comunicazione. Quale matrice connette la rappresentazione teatrale alle tecnologie oggi disponibili? La matrice alla base di questa combinazione è tutto ciò che concerne l'invenzione dello spazio pubblico. Nella polis greca, il teatro ha contribuito a diffondere l'alfabeto, ed è grazie all'alfabeto che i greci sono riusciti a delineare una idea di spazio pubblico inteso come spazio condiviso su una unica piattaforma: quella della comunicazione attraverso l'alfabeto. Oggi, noi ci troviamo nella situazione in cui il web sta creando nuovo spazio pubblico e abbiamo bisogno di nuovi modelli culturali ed antropologici per abitare questo spazio pubblico. In questo senso, il teatro può fungere da principio attivo della comunicazione intesa come partecipazione. Dare forma alla partecipazione è il grande nodo: c'è bisogno di esprimere strategie di comunicazione pubblica per emozionare, coinvolgere ed indurre partecipazione sempre più evoluta, perché la partecipazione ha bisogno di forme o meglio ancora di format.

Da anni, conduci progetti formativi sull'uso collaborativo delle nuove tecnologie. Come si sono evoluti i sistemi di comunicazione interattiva dagli anni Novanta ad oggi e quali cambiamenti sono avvenuti nelle generazioni di studenti che hai avuto? Negli anni Ottanta, quando ero critico teatrale, mi interrogavo già sul rapporto tra la scena e gli altri media, in particolare la radiofonia e il video. In quel periodo, a Narni (Umbria), dirigevo il festival Scenari dell'Immateriale e nel 1987 sentii parlare del primo strumento per produrre ipertesti: hypercard. Scoprii la parola interattività, sulla quale mi interrogai molto. L'interattività, allora, praticamente non esisteva ma se ne stava parlando ed era intesa come ipertesto. Sono più di venti anni che mi interrogo sul senso dell'interattività e ho indagato le diverse forme per declinarla: in quegli anni, era una interazione tra le diverse forme mediali, dalla performance alla radiofonia e al video. Nel 1988, sempre a Narni, lavoravo per la radiofonia Rai e sperimentai delle azioni radioguidate. E così, qualche anno dopo, grazie a questo retroterra di esperienze, mi sono ritrovato ad interrogarmi sull'uso educativo di internet. Nel 1997 ho scritto il primo libro in Italia su questa linea di ricerca – rapporto tra educazione e reti – dal titolo Educare On Line (IPM netbook). Nel 1996, alla Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo, progettai l'Ipercantiere, dove realizzammo uno dei primi blog in assoluto: un diario di bordo di questo festival con pubblicazione di foto e con una scrittura immediata, non giornalistica. Già allora mi interrogavo sul fatto che la scrittura all'interno di queste piattaforme – che allora chiamavo diario di bordo, e non 'blog', parola arrivata nel 2001 – fosse la scrittura partecipativa. Ovvero una scrittura che cambiava di segno, d'impronta, e diventava mutante. Linea di ricerca che sviluppai più avanti nell'ambito del Salone del Libro di Torino.

Quali sono le pratiche da mettere in campo, oggi, per connettere il territorio con le esperienze urbane rese possibili dalle nuove tecnologie? Questo grande nodo riguarda le peculiarità del nostro sistema paese. L'Italia è il paese, al mondo, con la maggiore e migliore biodiversità. Siamo territorialmente più che estesi intensissimi, con differenze regionali micro e macro. Il territorio, nel nostro paese, è caratterizzante: interpretarlo è la nostra cifra, la nostra moneta più sonante, la nostra qualità. Ora, la peculiarità della rete è nelle dinamiche auto-organizzative, dove la comunicazione o si mette in relazione in modo direttamente proporzionale alle dinamiche di comunità e di interazione sociale o rischia di rimanere una cosa astratta. Coniugare web e territorio è una delle strade da intraprendere. In Italia, possiamo inventare cose che gli americani ancora non sanno fare: il geoblog è una invenzione nata a Torino per le Olimpiadi Invernali del 2006, ma già nel 2005 con un gruppo di lavoro e grazie ai finanziamenti per le Olimpiadi, abbiamo inventato il geoblog con un'interfaccia, utilizzando fotografie aeree e non lo sguardo satellitare. Google Maps è arrivata solamente nell'estate 2005. Noi, già nel maggio 2005, presentammo il nostro progetto alla Fiera del Libro di Torino, senza aver visto Google Maps. Il nostro geoblog permetteva di scrivere le storie all'interno delle geografie e questa è stata l'invenzione di un format di partecipazione. Tra le esperienze più recenti c'è quella del cantiere di urban experience Performing Roma, presentato poche settimane fa al Tempio di Adriano, sede della Camera di Commercio di Roma, con esperienze estese dal social network territoriale all'interaction design urbano. Ovvero sistemi interattivi per riqualificare l'uso ludico-partecipativo della città: dall'info-mobilità alle passeggiate psico-geografiche. Abbiamo organizzato anche una azione radioguidata dal Tempio di Adriano alla Fontana di Trevi, creando un gioco all'interno della città.

Tre anni fa, hai scritto un libro dal titolo Performing Media 1.1. Politica e poetica delle reti (Memori Edizioni). Cosa significano la politica e la poetica delle reti? La politica, intesa come forma di rappresentanza, sta implodendo. I vecchi modelli ideologici sono sfumati ed evaporati. La politica deve essere reinventata e penso che per rifondarla serva una credibilità sociale, basata sulla partecipazione attiva e auto-organizzata. La democrazia nel nostro paese vive una crisi e il motivo principale di questa crisi di democrazia è legato alla pervasività televisiva. La televisione ha abbassato la coscienza generale del paese e dico questo pur essendone un consumatore. Dobbiamo trovare un modo per uscire da questa situazione e le dinamiche partecipative del web possono offrire una via d'uscita. Queste dinamiche della partecipazione potranno proporre l'antidoto alla crisi di democrazia nel nostro paese. Servono comportamenti adeguati: serve una creatività sociale nell'uso delle reti per poter rifondare il concetto di politica. Serve però una poetica come esercizio consapevole e creativo dei linguaggi e dei comportamenti.

Attualmente, in rete, quali sono i casi più interessanti di remix e mash-up creativo delle culture pop? La cultura open source, intesa come concetto ampio che va ben oltre i sistemi linux, è emblematica in questo senso. Bisogna rendersi conto che la conoscenza deve essere condivisa e il prodotto culturale deve essere bene comune. Mi riferisco anche al concetto originario di teatro, che è il mio p
ercorso intellettuale di provenienza. La parola
teatron, da cui deriva la parola teatro, in realtà significa "sguardo", il teatro si compie in chi lo guarda. Ora, prendiamo questo concetto e rilanciamolo: riguarda il senso forte della comunicazione ovvero i prosumer: i consumatori che diventano produttori di senso. Da qui arriviamo alle nuove poetiche del remix e del mash-up: per definire la creatività, un concetto valido è quello di ricombinazione di tutti gli elementi a disposizione, inventando nuove funzioni e valori d'uso. Il concetto dello user generated content è sintomo di una straordinaria trasformazione culturale ed antropologica in atto. E questo è l'elemento più interessante per comprendere ciò che definiamo evoluzione tecnologica, che di fatto corrisponde ad una evoluzione antropologica. E il mash-up e il remix lo dimostrano. Sviluppando creatività connettiva, l'opera è aperta e ricombinante.

 Carlo Infante