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Gli italiani all’estero nel 2020: forze giovani e vitali. L’analisi della Fondazione Migrantes nel Rapporto “Italiani nel Mondo”

Qualche giorno fa avevo scritto, qui, sull’avvicinarsi della presentazione dell’edizione 2020 del Rapporto Italiani nel Mondo realizzato dalla Fondazione Migrantes (organismo pastorale della CEI – Conferenza Episcopale Italiana).

Solitamente presentata a Roma, l’edizione di quest’anno di questa importante e corposa ricerca (oltre 500 pagine in formato cartaceo) che monitora l’evoluzione dei flussi migratori degli italiani è stata presentata questa mattina nel rispetto delle norme sanitarie anti-coronavirus.

Nel corso degli anni, hanno contribuito e contribuiscono alla realizzazione del Rapporto numerosi autori (57 fra studiosi e liberi professionisti nell’edizione di quest’anno), residenti in Italia e all’estero, con il coordinamento di Delfina Licata.

«La pubblicazione offre chiavi di lettura sulle dinamiche di mobilità che riguardano il nostro Paese, ponendo al centro dell’analisi l’umanità della persona e le complesse ragioni che spingono i singoli a spostarsi. Questo rigoroso lavoro di redazione coinvolge esperti nei diversi campi dell’economia, della sociologia, della statistica, della demografia e della storia, riflettendo la varietà di angolazioni da cui è possibile analizzare il tema dell’emigrazione italiana e la sua evoluzione nel tempo. Grazie a queste caratteristiche il Rapporto Italiani nel Mondo è divenuto un punto di riferimento per chiunque nelle istituzioni, nel mondo accademico, nei centri di ricerca e nella società civile, desideri approfondire lo studio delle dinamiche del tessuto sociale che, a livello globale, incidono sul fenomeno», si legge nel messaggio inviato dal Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, in occasione della presentazione di questa mattina.

Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Card. Gualtiero Bassetti, si è soffermato su alcuni punti: «La mobilità italiana è un tema che ci riguarda come popolo e come singoli: ognuno di noi, per esperienza personale o familiare, sa cosa significa lasciare il proprio territorio, partire, ma anche arricchirsi a livello umano e professionale grazie a questo “andare”. So per certo che questo progetto, che come Chiesa italiana abbiamo voluto quindici anni fa, ha creato una grande famiglia di ricercatori, collaboratori, esperti. Mi soffermo su tre nodi da sciogliere: il primo è la carenza di un sistema anagrafico che tenga conto di tutti coloro che partono: le prime generazioni e le ultime, chi si è definitivamente stabilito oltreconfine e chi, invece, sperimenta percorsi di mobilità transitori; il secondo è un sistema di rappresentanza che va rimodulato, soprattutto a seguito dell’ultima tornata referendaria che ha decretato la riduzione del numero dei parlamentari; il terzo è la cittadinanza: il Rapporto Italiani nel Mondo sottolinea l’importanza di un riconoscimento che non sia finalizzato all’uso e al consumo personale, al semplice possesso di un passaporto che apra le porte dell’Europa, ma alla definizione di una identità fortemente legata a un territorio in cui ci si riconosce, sebbene non ci si sia nati, e a cui si vorrebbe poter dare il proprio contributo concreto. Fermare la mobilità umana è un’utopia, un’illusione. Governarla, guidarla, è invece la chiave di volta per affrontare un fenomeno che altrimenti può creare disagi e malesseri sociali. L’accompagnamento, però, deve prevedere anche il rispetto dei diritti di cui, negli anni, questo nostro Rapporto si è fatto portavoce: il diritto di migrare, il diritto di restare, il diritto di tornare, il diritto a una vita felice e dignitosa. Siamo chiamati a una sfida di civiltà: andare incontro al diverso perché migranti tra i migranti ed essere popolo accogliente per chi arriva. E se la nostra “cara e diletta Italia” è quel paese descritto dal Rapporto Italiani nel Mondo, sempre meno giovane e sempre meno entusiasta, lavorare per rammendare il tessuto della nostra storia diventa quanto mai doveroso e non più procrastinabile».

I dati sono, da sempre, una parte rilevante di questo Rapporto.

Se nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni: in quindici anni la mobilità italiana ha fatto registrare un +76,6%.

Una crescita ininterrotta che ha visto sempre più assottigliarsi la differenza di genere (le donne sono passate dal 46,2% sul totale iscritti 2006 al 48,0% del 2020). Si tratta di una collettività che, rispetto al 2006, si sta ringiovanendo grazie alle nascite all’estero (+150,1%) e alla nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia dai giovani e giovani adulti immediatamente e pienamente da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni).

Da gennaio a dicembre 2019 si sono iscritti all’AIRE 257.812 cittadini italiani (erano poco più di 242 mila l’anno prima) di cui il 50,8% per espatrio, il 35,5% per nascita, il 6,7% per reiscrizione da irreperibilità, il 3,6% per acquisizione di cittadinanza, lo 0,7% per trasferimento dall’AIRE di altro comune e, infine, il 2,7% per altri motivi. In valore assoluto, quindi, nel corso del 2019 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali, per solo espatrio, 130.936 connazionali (+2.353 persone rispetto all’anno precedente). Il 55,3% (72.424 in valore assoluto) sono maschi, il 64,5% (84.392) celibi o nubili e il 30% circa (39.506) coniugati/e.

Si tratta di partenze più maschili che femminili – al contrario di quanto visto per la comunità generale degli iscritti all’AIRE dove la differenza di genere si sta sempre più assottigliando – e di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, partono non unite in matrimonio poiché soprattutto giovani (il 40,9% ha tra i 18 e il 34 anni), ma anche giovani-adulti (il 23,9% ha tra i 35 e i 49 anni). D’altra parte, però, i minori sono il 20,3% (26.557) e di questi l’11,9% ha meno di 10 anni: continuano, quindi, le partenze anche dei nuclei familiari con figli al seguito. Diminuisce il protagonismo degli anziani (il 4,8% del totale ha dai 65 anni in su), ma non quello dei migranti maturi (il 10,1% ha tra i 50 e i 64 anni).

Nell’arco degli ultimi quattro anni si rileva una crescita nelle partenze di minori dai 10 ai 14 anni (+11,6%) e di adolescenti dai 15 ai 17 anni (+5,4%), ai quali si uniscono i giovani (+9,3% dai 18 ai 34 anni) e gli adulti maturi (+9,2% dai 50 ai 64 anni). L’ultimo anno rispecchia la tendenza complessiva: l’Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di altri Paesi che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione.

Il 72,9% dei quasi 131 mila iscritti all’AIRE da gennaio a dicembre 2019 si è iscritto in Europa e il 20,5% nelle Americhe (di questi, il 14,3% in quella meridionale). Sono 186 le destinazioni scelte da chi ha deciso di risiedere all’estero nell’ultimo anno. Tra le prime 20 mete vi sono nazioni di quattro continenti diversi, ma ben 14 sono Paesi europei. In quarta posizione il Brasile che insieme all’Argentina (8° posto) e agli Stati Uniti (7° posto) rappresentano il continente americano, con l’Australia al 9° posto, gli Emirati Arabi Uniti al 19° posto, e la Tunisia al 23° posto.

Nelle prime posizioni si fanno notare paesi di “storica” presenza migratoria italiana. Al primo posto, ormai da diversi anni, vi è il Regno Unito (quasi 25 mila iscrizioni, il 19% del totale) per il quale vale sia il discorso di effettive nuove iscrizioni sia quello di emersioni di connazionali da tempo presenti sul territorio inglese e che, a causa della Brexit, hanno deciso di regolarizzare ufficialmente la loro presenza complice il complesso e confusionario processo di transizione rispetto ai diritti, ai doveri, al riconoscimento o meno di chi nel Regno Unito già risiedeva e lavorava da tempo.

A seguire la Germania (19.253, il 14,7%) e la Francia (14.196, il 10,8%), nazioni che continuano ad attirare italiani soprattutto legati a tradizioni migratorie di ricerca di lavori generici da una parte – si pensi a tutto il mondo della ristorazione e dell’edilizia – e specialistici dall’altra, legati al mondo accademico, al settore sanitario o a quello ingegneristico di area internazionale.

Va considerato, inoltre, il mondo creativo e artistico italiano che trova terreno fertile in nazioni come la Francia e la Germania, in particolare in città come Parigi e Berlino.

La Lombardia continua ad essere oggi la regione principale per numero di partenze totali ma non si può parlare di aumento percentuale delle stesse (-3,8% nell’ultimo anno). Il discorso opposto vale, invece, per il Molise (+18,1%), la Campania (+13,9%), la Calabria (+13,6%) e il Veneto (+13,3%). È necessario porre in evidenza un altro elemento: il dato della Sardegna (-14,6%) e, unitamente, anche quello della Sicilia (-0,3%), dell’Abruzzo (1,5%) e della Basilicata (3,4%) si spiega considerando la circolarità del protagonismo regionale. Ovvero, vi sono regioni che oggi hanno raggiunto un grado talmente alto di desertificazione e polverizzazione sociale da non riuscire più a dare linfa neppure alla mobilità nonostante le partenze in valore assoluto – ed è il caso della Sicilia in particolare – le pongano al terzo posto tra tutte le regioni di Italia per numero di partenze. In generale, quindi, le regioni del Nord sono le più rappresentate, ma nel dettaglio viene naturale chiedersi quanti pur partendo oggi dalla Lombardia o dal Veneto sono, in realtà, figli di una prima migrazione per studio, lavoro o trasferimento della famiglia dal Sud al Nord Italia.

Tra il 2006 e il 2020, la presenza italiana all’estero si è consacrata euro-americana, con una differenza sostanziale.

Il continente americano, soprattutto l’area latino-americana, è cresciuto grazie alle acquisizioni di cittadinanza (+123,4% dal 2006) coinvolgendo soprattutto il Brasile (+221,3%), il Cile (+123,1%), l’Argentina (+114,9%) e, solo in parte in quanto la crisi è sicuramente più recente, il Venezuela (+47,4%). Oltre il 70% (+793.876) delle iscrizioni totali avute in America dal 2006 ha riguardato soltanto l’Argentina (+464.670) e il Brasile (+329.206).

L’Europa, invece, negli ultimi quindici anni, è cresciuta maggiormente grazie alla nuova mobilità (+1.119.432, per un totale, a inizio 2020, di quasi 3 milioni di residenti totali). A dimostrarlo gli aumenti registrati nelle specifiche realtà nazionali. Se, però, i valori assoluti fanno risaltare i Paesi di vecchia mobilità come la Germania (oltre 252 mila nuove iscrizioni), il Regno Unito (quasi 215 mila), la Svizzera (più di 174 mila), la Francia (quasi 109 mila) e il Belgio (circa 59 mila), sono gli aumenti in percentuale, rispetto al 2006, a far emergere le novità più interessanti.

Per questi stessi paesi, infatti, si riscontrano le seguenti indicazioni: Germania (+47,2%), Svizzera (+38,0%), Francia (+33,4%) e Belgio (+27,3%). Per il Regno Unito, invece, e soprattutto per la Spagna, gli aumenti sono stati molto più consistenti, rispettivamente +147,9% e +242,1%. Le crescite più significative, comunque, dal 2006 al 2020, restando in Europa, caratterizzano Paesi che è possibile definire “nuove frontiere” della mobilità: Malta (+632,8%), Portogallo (+399,4%), Irlanda (+332,1%), Norvegia (+277,9%) e Finlandia (+206,2%). In generale, però, lo sguardo degli italiani si è spostato anche a Oriente, più precisamente agli Emirati Arabi o alla Cina.

Se nel 2006, stando ai dati ISTAT, il 68,4% dei residenti ufficiali all’estero aveva un titolo di studio basso – licenza media o elementare o addirittura nessun titolo –, il 31,6% era in possesso di un titolo medio-alto (diploma, laurea o dottorato).

Dal 2006 al 2018 si assiste alla crescita in formazione e scolarizzazione della popolazione italiana residente all’estero: nel 2018, infatti, il 29,4% ha una laurea o un dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è ancora in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo. Se, però, rispetto al 2006 la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo di studio alto (laurea o dottorato) è cresciuta del +193,3%, per chi lo ha fatto con in tasca un diploma l’aumento è stato di ben 100 punti decimali in più (+292,5%).

Viene così svelato un errore costante nella narrazione della mobilità recente, raccontata come quasi esclusivamente composta da persone altamente qualificate occupate in nicchie di lavoro prestigiose e specialistiche. Invece, a crescere sempre più sono i diplomati alla ricerca di lavori generici all’estero.

Nell’edizione 2020 del Rapporto, è stato approfondito il contesto territoriale con un inedito dettaglio: l’analisi provinciale.

Nonostante le difficoltà dovute alla pandemia e al lockdown che hanno determinato le chiusure di archivi, biblioteche e accademie, 46 studiosi (su 57 autori totali dell’edizione 2020) hanno elaborato 40 saggi di altrettanti contesti provinciali italiani: Aosta, Avellino, Belluno, Bergamo, Bolzano, Campobasso, Catania, Chieti, Como, Cosenza, Crotone, Cuneo, Foggia, Frosinone, Genova, Latina, Lecce, Livorno, Lucca, Macerata, Massa Carrara, Messina, Modena, Napoli, Oristano, Pordenone, Potenza, Ragusa, Reggio Calabria, Salerno, Savona, Sondrio, Sulcis-Iglesiente, Teramo, Terni, Trento, Udine, Verbano Cusio Ossola, Verona, Vicenza.

Questo lavoro sui territori provinciali ha consentito di evidenziare un secondo errore di narrazione della mobilità italiana odierna. È vero che la prima regione da cui si parte per l’estero oggi in Italia è la Lombardia (seguita dal Veneto), ma l’attuale mobilità non è una questione del Nord Italia. Che tra il Settentrione e il Meridione di Italia vi siano divari profondi è storia conosciuta, quanto questi squilibri abbiano a che fare con la mobilità spesso lo si ignora, così come si è poco consapevoli che la narrazione di una nuova mobilità, soprattutto dal Nord Italia, spesso urta con la realtà. Il vero divario non è tra Nord e Sud, ma tra città e aree interne. Sono luoghi che si trovano al Sud e al Nord, ma che al Sud diventano doppia perdita: verso il Settentrione e verso l’estero.

Emerge, in modo evidente, la necessità che lo studio e l’analisi della mobilità sia sempre più centrata sui microcontesti e che il territorio venga letto mettendo in crisi i modelli dati per acquisiti, a cominciare dall’egemonia del centro, e quindi delle metropoli, rispetto ai piccoli centri, ai borghi, a quelle parti di territorio spesso quasi o del tutto abbandonate che diventano luoghi dove, invece, è possibile intervenire per ridare loro vita.

Il Rapporto Italiani nel Mondo 2020 ha scelto di non trattare l’argomento della pandemia. «Non avevamo dati certi e noi studiosi per primi eravamo e siamo coinvolti in questo momento storico delicato e inaspettato. Abbiamo bisogno di tempo per sedimentare i dati e fare le giuste considerazioni e interpretazioni – spiega la curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo, Delfina Licata –. Abbiamo un parco dati qualitativo che ci deriva dalla rete dei missionari all’estero e dagli uffici Migrantes presenti in ogni diocesi così come i diversi reportages che abbiamo visto in televisione o letto sulla carta stampata. Ci parlano di tanti rientri, di molti che hanno perso il lavoro, di famiglie doppiamente spezzate perché, già in difficoltà, hanno subìto il rientro di figli che hanno perso il lavoro. Molti sono ripartiti o ripartiranno, soprattutto coloro che erano occupati in professioni meno qualificate e che sono nuovamente alla ricerca di lavori generici. Altri sono riusciti a organizzarsi lavorando da remoto, facendo telelavoro e smart working dall’Italia».

Il Rapporto Italiani nel Mondo 2020 è acquistabile al prezzo di 20 euro. Per ordinazioni, e-mail a: rapportoitalianinelmondo@migrantes.it e/o a redazione@rapportoitalianinelmondo.it.